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Benvenuto
 

Ho voluto fare questo sito per condividere la mia passione per le moto e per il Trial.
Raccontando la mia storia in breve:
Da Bambino mio Padre mi ha trasmesso la passione per le moto, comprandomi una minimoto da cross 50cc, crescendo poi sono passato sempre nelle mini moto ma categoria strada (sportiva).
Da Adolescente mi appassionai al motocross , molto adrenalitico, velocita' e rischio allo stesso stadio....
Con Gli amici motociclisti abbiamo sempre considerato il Trial come sport di seconda (anche terza) categoria...
Crescendo per noia nelle mezze stagioni comperai una moto da trial piu vecchia di me... Crescendo in me la passione e la consapevolezza di questo stupendo sport, a livello amatoriale , ma molto piu' duro di quanto si possa credere.
Il Trial è stato per me una risorsa insostituibile di emozioni e di sfide. Ma non era iniziata proprio così. Io amavo le moto che non vibravano ed i giri turistici. E davvero non capivo come i miei amici si fossero appassionati all'attività motociclistica del Trial, cioè il parente povero di attività ricche, spettacolari e pregiate come il cross e l'enduro. Poi mio fratello mi disse:
Il trial, è uno sport poco faticoso, con moto piccole, leggere, facili da guidare su amene stradine di campagna, insomma, il sabato ideale per chi ha poco allenamento e comunque apprezza la gita in moto tra il verde. Provavo ad obiettare che io ero sì un motociclista, ma orientato a strade asfaltate con eventualmente un po' di terra e niente di più. Voi non conoscete mio fratello, io sì. Alla fine dovetti prendere atto che non mi avrebbe mai dato tregua e che avrei dovuto seguirlo per poter poi dire che "non mi piace, hai visto ?" chiudendo l'argomento per sempre.
La Moto Da Trial.
Accettando di fare un giro, misi in moto il diabolico meccanismo che ancora oggi recluta persone ignare di cosa veramente l'aspetta. L'iniziazione prese il via con il reperimento delle attrezzature necessarie, raggranellate tra i trialisti del gruppo. Un sabato di gennaio del 1985 il complotto entrò nella fase operativa.
Munito di equipaggiamento
Fondamentale consistente in un Garelli rosso e blu, stivali da cross di 2 misure più grandi del mio piede, guanti con buchi ed un casco che usavo in vespa la gita iniziò con un breve trasferimento su strade cittadine dove mi ritrovai a guidare in una postura tipo scimmia su un ramo. Ma la moto doveva essere per forza difettosa, uno scarto di fabbrica, un terribile errore; impossibile inserire la prima al semaforo e comunque, dopo svariati tentativi, la prima permetteva di raggiungere circa 1 Km. all'ora ed il problema di cambiare si ripresentava dopo circa 6 metri percorsi. Scoprii che questo modello di moto con le marce cortissime al limite dell'inutile si guida da in piedi, oppure da seduti con crampi alle ginocchia. Il cambio marcia avviene usando il tallone, e non è dato per scontato che la marcia entri. In compenso guidando la moto seduti sulla fotocopia di una sella si ha un intensa vibrazione che in alternativa si può ottenere presso un costosissimo centro di estetica o a cavalcioni sul Challenger in fase di decollo.
Lo Spirito del Trial.
Nell'entroterra di Genova esistono centinaia di sentieri abbandonati; uno di questi comincia con una serie di salite brevi ma ripide su pietroni con fondo viscido e curve a gomito dove la moto passa a malapena.
Dopo non più di 2 km. avevo intuito la natura dello sport, e lo trovavo sì divertente, ma ero già in riserva per quanto concerne fiato ed energia. Al km.3 avevo già un cuboide in frantumi (piccolo osso sul dorso del piede) ma ero così stanco e pieno di botte che me ne accorsi solo dopo qualche giorno. Ormai guidavo seduto, aggiungendo crampi ai dolori. La "scampagnata" proseguì con un crescendo di difficoltà morfologiche e climatiche. Al fango si aggiunse la neve. Quei disgraziati di amici mi ripetevano i trucchi per far avanzare la moto; spostare il peso, guidare piano ma senza fermarsi, evitare le radici. Ma io ero al limite del collasso, e la moto era comunque spesso ferma, con il motore al minimo e la ruota posteriore che girava beffarda come se fosse stata sospesa nel vuoto.
Capii i fondamentali del trial, per esempio la differenza sostanziale tra l'essere portati "su" dalla moto e il portare "su" la moto. Quel giorno la mia moto aveva la motilità di un aratro. La sera della mia prima giornata di trial provai adagiato sul letto una sensazione di "dolenza totale e globale" nel senso che la quasi totalità di muscoli e giunture mi faceva male. Ma, per motivi che ancora oggi stento a capire, comprai dopo pochi giorni la moto che mi avevano imprestato. Anche questo era previsto nel "programma di iniziazione".
La scimmia.
Per molto tempo il trial diventò una costante nella mia mente. Quando viaggiavo per lavoro, quando ero in città, ovunque insomma vedevo oggetti, automaticamente li rapportavo al trial. Ad esempio, una panchina non poteva che rappresentare un ostacolo da superare in prima (?) Un muretto, un rimorchio, qualsiasi elemento di arredo urbano, un tronco, un cane e un passante si sarebbero potuti passare senza invito ? In vacanza mi fermavo lungo la strada per valutare se una roccia si sarebbe potuta superare o meno e se sì, con che marcia. I cassonetti e le campane stradali esercitavano una attrazione magnetica ed una volta sono salito su una campana (a piedi, solo per studiarla) attirando l'attenzione di una volante. Le scale poi, erano una mania quasi patologica. Una sorta di patologia repressa che poche volte troverà sfogo. Come ad esempio su una dannata scalinata brianzola. Gli allenamenti.
Le uscite, settimanali ed a volte anche bisettimanali, si dividono in due tipologie fondamentali. C'era l'allenamento (a zone) dove incontravo gente strana. Certi passavano anche 24 ore a studiare una pietra. Si presentavano il sabato mattina con una tenda ed una cucina da campo. Poi sceglievano un bel masso o una bella pietrona e cominciavano a misurare, a fotografare, ne saggiavano la consistenza con strumenti di precisione, ne valutavano il peso, simulavano la moto mimando con le mani il manubrio e facendo finta di superarla facendo anche il rumore del motore; salivano e scendevano a piedi anche centinaia di volte. Alcuni avevano un rivelatore geologico di quelli che servono per individuare i pozzi petroliferi e facevano esplodere piccole cariche di dinamite per saggiare la consistenza interna della pietra. Inviavano con un satellitare i risultati al CERN di Ginevra per ottenere gli elaborati grafici. Generalmente verso domenica sera erano in grado di affrontare per la prima volta la pietra in oggetto. Spesso però mettevano gli "inviti" per rendere più agevole il superamento della pietra. Allora si presentavano con una betoniera e costruivano rampe e svincoli autostradali con semafori e casello grazie ai quali la pietra si sarebbe potuta superare anche con semirimorchio. Nel frattempo arrivava un ragazzino che nemmeno guardava la pietra ma la superava fischiettando la marsigliese e leccando un gelato.
Il posto migliore dove allenarsi era una cava abbandonata, risultato della peggiore speculazione edilizia e di una assoluta mancanza di rispetto ambientale visibile da tutta Genova. Una gigantesca ed indelebile ferita in un monte sul cui fondo si riunivano famiglie di trialisti desiderose di affrontare le innumerevoli pietre. Poi hanno cominciato ad arrivare gli ecologisti dell'ultima ora con distintivo da sceriffo che contestavano il danneggiamento e lo spostamento di pietre da risulta, insomma eravamo dei delinquenti. Così gli allenamenti si sono spostati altrove, in posti dove gli ecologisti e i gitanti non possono arrivare in macchina, dunque assolutamente tranquilli.
I Gitanti.
In alternativa alle zone ci sono le gite. Il gruppetto originario di gitanti era una emanazione della Promotor di Sergio Parodi. Sergio Parodi "è" il trial a Genova; il 95% delle moto circolanti sono passate attraverso di lui. Con i nostri soldi si è comprato una villa in Sardegna con parco ed accesso privato alla spiaggia, ed ha lanciato una OPA per l'acquisto della Honda. (senza però riuscirci) Il primo giorno di apertura dopo la domenica il suo telefono si arroventa per la richiesta disperata di leve, manubri, forcelle, freni e altri componenti distrutti in azione durante il fine settimana. Ha restituito al decoro moto ridotte a rottami, ci ha fornito frizioni morbide come il burro, componenti in leghe spaziali copiate nei laboratori della NASA. In occasione delle gare il suo motor home brilla come il sole ed infonde gioia, sicurezza e ricambi pronti montaggio incluso ai concorrenti. Pochi possono dire di non avere un rapporto di amicizia con lui. Ed è un abile organizzatore di gite, scuole, presentazioni, prove su strada. Io mi ero unito al gruppo cui faceva parte mio fratello. Il gruppo (che si autodefinisce "Reparto Geriatrico Trial Team") ha origine lontane e vive anche di mitologie e ricordi sbiaditi. Si citano moto rudimentali raffreddate ad aria e con ben 2 forcelle posteriori, con motori diesel, costruite in ghisa con inserti in cemento pesanti alcune tonnellate. Ed ovviamente si citano eroi che con questi prototipi presi a prestito direttamente dall'edilizia superavano pietroni come gazzelle. Negli anni molti si sono poi persi per la strada, alcuni neofiti sono invece entrati di diritto nel gruppo, altri hanno rinunciato dopo il primo tentativo. Ricordo in particolare un pallanotista ed un crossista, ai quali era stata subdolamente imprestata una moto e furono portati in posti infernali, cioè boschi con tappeto di foglie bagnate e radici. Entrambi con la preventiva convinzione che il trial fosse uno sport "di scarso impegno fisico"; il primo lo ricordo ansimante e piangente nel fango, il secondo furioso e convinto di una macchinazione cosmica ai suoi danni mentre noi gli portavamo su la moto.
Tipologie di gite.
Le gite erano di due tipi: la "seria e tecnica" e la "rilassata ed enogastronomica".
Il primo tipo di gita era come un richiamo alle armi; sveglia all'alba, zaino pieno di benzina ed eventualmente con il pasto del trialista, consistente in uno yogurt da bere ed un mars, da consumarsi in meno di mezzo minuto. Percorso bestiale con rampe infinite al limite del ribaltamento, strapiombi a filo di sentiero, discese interminabili con milioni di gradini spezza polsi. Durata del giro non inferiore alle dodici ore, ritorno nella pioggia al buio e senza luci. Conclude la giornata una decisa autocelebrazione a salvezza raggiunta. Ardimento e coraggio.
Invece il secondo tipo di giro era quello più praticato dai non più giovani appartenenti al mio gruppo. Appuntamento non prima delle 10 con le moto presso un bar per prima colazione a base di brioches, cappuccino, barretta di cioccolato, torta ai pinoli alias della nonna, bianchino con il fernet, due sacchetti di patatine e due di cheese pops, coca cola con rutto e sigaretta. Partenza reale ore 11. Percorso medio con qualche difficoltà su tracciato asciutto (ma, devo ammettere, quasi impraticabile con terreno bagnato). Verso le 12 e 30 il rendimento dei gitanti scende verso il collasso. Nessuno vuole parlare e ci si guarda in silenzio con tensione crescente fin quando qualcuno dice: perché non ci fermiamo un attimo a prendere un panino ?.
La comitiva è consapevole del fatto che a dieci minuti c'è la strada e sulla strada c'è una trattoria, e trattoria vuol dire gambe sotto il tavolo. Solo un primo però, che sennò ci si appesantisce.
A qualche fetta di salame ed un piatto di ravioli che insieme formano un cono alto 60 centimetri sul piatto si aggiunge generalmente una birra da 1 litro (a testa) oppure qualche rosso della casa che non verrà citato da Veronelli ma che si beve che è un piacere. Verso le tre e mezza si sale nuovamente in moto rischiando il "coccolone del trialista" che assume diversi connotati:
1. il coccolone da vino.
Si ha quando appesantiti dal cibo e dall'alcool non si riesce a sollevare la ruota anteriore nemmeno di un centimetro, e dunque ci si arresta bruscamente contro un rametto o una pietrolina alta pochi micron.
2. il coccolone da caldo.
In estate quando un po' l'umidità di agosto, un po' il motore e un po' lo sforzo portano la temperatura sotto il casco a valori prossimi alla scissione del deuterio in molecole subatomiche, il trialista colpito diventa rosso porpora ed infine emette una colonna di fumo alta decine di metri e si accascia.
3. il coccolone da freddo.
In inverno, nel caso ci sia un trasferimento su strada normale, dopo pochi km. la temperatura scende a tal punto da bloccare prima lo stomaco, poi i muscoli delle braccia e delle gambe, poi vengono meno le normali facoltà mentali ed infine dopo alcune ore finisce la benzina ed il malcapitato viene ricoverato per assideramento in un ospedale a diversi km. di distanza. Viene rintracciato dai familiari dopo lunghe ricerche.
Il guado.
Il passaggio nel torrente è una caratteristica dei giri nell'entroterra genovese. Il torrente genovese è di norma un ricettacolo di rifiuti di ogni tipo e natura, nonché spesso una fogna a cielo aperto. I trialisti lo sanno e per attraversarli la ASL richiede la vaccinazione anti tifo, colera e febbre gialla. Molti trialisti prima di impegnarsi in un torrente si fanno il segno della croce. Si sceglie il guado evitando con cura le carcasse di auto, i cessi rotti che tagliano le gomme, i rovi con le spine più lunghe dell'emisfero nord. Le pietre dei torrenti liguri sono infestate dalle alghe "mangia reflui" tra le più viscide in natura. Oggetto di studio da parte di università di mezzo mondo per cercare di capire come si possa riprodurre un materiale che abbia "zero aderenza" infatti non consentono nemmeno ad un carro armato di passare senza le catene. Ma il trialista affronta il guado con due tecniche evolutesi in questi anni. La prima è "vai deciso", cioè lanciarsi possibilmente dalla cresta della valle ed attraversare il torrente a non meno di 160 km. all'ora.
La seconda è "non aver paura e fai con calma", cioè guidare la moto lentissimamente con tutti i sensi all'erta ed un salvagente. Molti portano con se una zattera autogonfiabile che si apre se si cade in acqua. Esiste una fitta casistica di moto scomparse in un metro d'acqua, gamberi geneticamente modificati che hanno affrontato i trialisti emettendo lingue di fuoco, maleodoranti ribollii e suoni gutturali provenienti da sotto le pietre.
L'abbigliamento e le moto.
I trialisti alla moda vestono in tutine superaderenti elasticizzate piene di scritte il cui colore più tenue è il verde da evidenziatore, il viola quaresima ed il giallo limone, tutti insieme. Alcuni trialisti vengono per questo arrestati per atti contrari alla pubblica decenza. Sembrano protetti da un campo di forza in quanto sempre impeccabili, guanti stivali, e casco intonati, mai una macchia di fango, nemmeno un alone di sudore, raramente bagnati anche sotto le piogge torrenziali. Anche la moto è perfetta. Nessun graffio, nessuna traccia di olio, componenti in ergal e titanio leve forate e dischi in molibdeno per alleggerire il peso. Gli altri trialisti invece sono vestiti casual, nel senso che si vestono casualmente pescando i vestiti disponibili in base ad una classifica dei meno stracciati, dei meno ammuffiti, dei meno puzzolenti. La giacca è legnosa per effetto della stratificazione di fango, sudore, lacrime e sangue raggrumato. I pantaloni sono consumati dall'uso e dalle lavatrici a 100 gradi delle mogli o madri disperate. Gli stivali sono tenuti insieme con il fil di ferro, la moto pure. Sporca all'inverosimile di un impasto "fango-olio-benzina" resistente a tutti gli agenti chimici, le gomme lisce come quelle da qualifica in un gran premio, la carburazione tentennante che provoca scie di fumo visibili dai satelliti. A volte i freni non funzionano bene, ed allora il trialista in gara esce dalla zona a 100 km. all'ora e si perde nel fondovalle. Dopo qualche giorno manda una raccomandata alla direzione di gara con il cartellino per farselo timbrare dalla Cina, dove è riuscito a fermarsi.
Le gare.
Per l'appunto, dopo un pò di pratica sono venute le gare. Scopo della gara è non mettere mai i piedi per terra, ovvero convincere il giudice che i piedi per terra non si sono messi. La gara di trial può essere una bolgia dantesca, e spesso mi sono chiesto chi me la facesse fare. Ho cominciato nella categoria "promozionale amatori sovrappeso", ove per amatori si intende appunto amanti della buona cucina, credo. L'iscrizione corrisponde ad un pettorale, un gagliardetto ed a volte un panino con la mortadella. I numeri che mi venivano assegnati variavano dal 50 al 4723. La prima zona era notoriamente un luogo affollato come una discoteca, e prima di poterla affrontare passavano diverse ore di attesa in coda. Lo studio della zona è un momento catartico. Si percorre a piedi tutto il percorso dando qua e là poderose piedate a tronchi, pietre, zolle di terra e quant'altro si crede rappresenti una insidia. Il cosiddetto "gruppo asfaltatori" si presenta con pale nascoste negli stivali, microcariche di tritolo, sacchi di cemento negli zaini, lanciafiamme e bombe al napalm e rimuove ogni asperità del terreno distraendo i giudici di zona complici amiche disinvolte e scollate.
Personalmente non studiavo troppo le zone; per quanto le potessi studiare, una volte entrato in zona entravo anche in stato confusionale e dimenticavo tutto quello che avevo visto. Applicavo la regola del trialista scarso: 100 piedi non sono un cinque, e miravo al 3 fisso.
Però ogni tanto ci usciva lo zero e questo era un premio senza prezzo.
Nella mia carriera agonistica (da "agonia") ho partecipato perlopiù a campionati intercondominiali, interpoderali e spesso al mio campionato personale dove vincevo quasi sempre. Molto più seriamente, partecipai anche ai tornei sociali del Motoclub, nella categoria "improvvisati, saltuari e riluttanti". Ho fatto anche le gare UISP, note per la grigliata che seguiva, ed ho anche fatto una DGDB, e qui ricorderò sempre che mi presentai in una zona con due ali di folla perché "studiavo" la zona con al mio fianco Diego Bosis. Gli chiesi se voleva passare e lui mi disse che era lo stesso. Lo lasciai passare e quando lui terminò la zona mi ritrovai solo. Non c'erano neppure i giudici di zona che erano corsi nella zona successiva per vederlo. Devo segnalare che il mio nome è probabilmente rimasto impresso nei libri della Due Giorni Della Brianza perché mancavano ancora 10 zone ed io mi persi, girai a lungo tra strade e stradine sconosciute. Dopo tanto vagare, solo, mi ritrovai quasi per caso al parco chiuso e li terminai la gara, per scoprire solo dopo che avevo saltato 10 zone. Se non ricordo male, finì che mi affibbiarono 50 punti per ogni zona saltata, e dunque terminai ultimo con circa mezzo migliaio di punti di distacco dal penultimo, credo stabilendo il record per la peggiore prestazione, da sempre. Calcolai che se avessi fatto la gara con un "Apecar", avrei preso molte meno penalità. Bastava presentarsi alle zone e farsi timbrare il 5. Altre volte invece durante le gare c'era la grandine, a volte la neve, oppure temporali furibondi e scrosci d'acqua. A Viozene sono rotolato nel fango e ho travolto una giudice di zona che si era costruita un riparo dal diluvio. Dalla sua bocca sono uscite espressioni coloritissime. A Salice d'Ulzio sono precipitato in un buco mentre la moto è rimasta appesa ad un ramo con la ruota anteriore, tra l'entusiasmo dei presenti. A Ovada sono caduto durante un trasferimento e nella botta ho perso uno stivale (poi ritrovato, ma ho terminato FTM). Una volta invece sono stato investito (ero giudice di zona).Una volta il solito Parodi si presentò al solito posto con Miglio che ci fece vedere le solite pietre affrontate e superate in un modo al quale nessuno avrebbe mai pensato. In un'altra occasione il mio pollice ha fatto il giro della corona, ma per fortuna esso è ancora attaccato alla mano. L'ambiente dei corridori era diviso in due: gli incazzosi e gli scazzati.
Gli incazzosi.
Sono quelli bravini o bravi che generalmente arrivano per ultimi e passano avanti agli altri per fare prima la zona. E sono pronti a litigare in ogni zona. Litigano perché il giudice non ci vede ed il piede per terra non ce l'hanno proprio messo. Litigano perché uno spettatore ha tossito, litigano perché c'era uno in zona che l'ha distratto, litigano con il seguitore, litigano con tutti. Erano amici del giudice fino ad un attimo prima, ma una volta entrati in zona si trasformano e cambiano carattere, e se il giudice non gli da zero lo insultano e lo minacciano di morte. E poi non è mai colpa loro. Se non è il ramo è la pietra, oppure la moto, il carburatore, la leva del freno, la tettonica stratificata carsica, la rifrazione levogira dello zucchero. Nelle categorie dove correvo per fortuna gli esagitati erano pochi, ma comunque una volta terminata la gara si era di nuovo tutti amici
Gli scazzati.
Sono generalmente molto meno bravi o solo bravini. Arrivano in zona ansimanti per il trasferimento. Si siedono e bevono vino e viagra dalla borraccia. Si tolgono il casco con i capelli aderenti alle tempie come un trasferello e guardano con aria perplessa la zona. La studiano per pochi minuti. Cercano invano di carpire i segreti di quelli che passano. Discutono tra loro su che marcia usare e se conviene passare la pietra sopra o di fianco.
Poi si mettono alla bandierina "IN" e cercano di mettere la marcia giusta, che non entra, e dunque cominciano a scalciare ottenendo la sequenza: prima seconda quinta folle prima quarta seconda folle prima folle seconda prima folle quarta folle. Alla fine entrano in zona in sesta e livellano il terreno con piedate a ripetizione. Oppure si incastrano tra due rocce e la ruota posteriore comincia a modificare sensibilmente la morfologia della valle scavando fossi, spostando macigni, stravolgendo la zona ed uscendo dopo circa 2 ore di imprecazioni, dopo che la moto si è spenta 6 volte, loro sono rotolati fino alla premiazione e sono tornati indietro. A volte sono misericordiosamente graziati da un giudice con il 3, oppure si prendono il 5 dicendo "ma come, non sono mica arretrato".
I giudici di zona.
Il giudice di zona è chiunque dedichi alcune ore della propria vita a scontentare gente sudata e maleodorante che insiste a voler sostenere di non saper nemmeno come si fa a poggiare i piedi per terra. Sono spesso volontari, e questo li rende psicologicamente interessanti ed oggetto di studio segnatamente nelle patologie autolesive. Viene dato loro un sacchetto con generi di primo conforto già scaduti, e vengono spediti in zone spesso impervie dove devono lottare con animali feroci per poter presidiare la zona. Spesso piove; sotto la pioggia il giudice è difficilmente riconoscibile in quanto coperto di fango e licheni, spesso spuntano solo gli occhi come quelli delle rane nello stagno. Se ne sta immobile per ore, il panino con la frittata ormai gonfiato di acqua e muschio, lo sguardo triste e la matita spuntata. Attende con pazienza che lo stesso corridore passi tre volte per sentirsi dire che non ci vede. A volte si costruisce ricoveri di fortuna con teloni, ma il vento e la pioggia li gonfia come spinnaker riversando ulteriori cateratte di acqua nei colletti e lungo la schiena. A volte, finita la gara, vengono dimenticati nelle zone più irraggiungibili, prima piangono e poi attendono con pazienza l'edizione successiva della gara, vivendo di bacche e di piccole prede, e dove, dopo un anno esatto, saranno già pronti per segnare i punteggi. Oppure è estate ed il giudice si installa su una roccia concava che crea all'interno della zona una temperatura prossima a quella del sole. Dopo mezzo minuto ha già finito tutti i liquidi e cerca riparo sotto le pietre. Viene soccorso dalla direzione di gara quando arriva la segnalazione che invece di bucare il cartellino impartisce la benedizione ai corridori.
Vorrei a titolo personale ringraziare tutti i giudici di zona che hanno pazientemente assistito alle mie invereconde prestazioni ed a volte mi hanno regalato dei 3 che non stavano né in cielo né in terra.
D'altronde anch'io ho fatto il giudice ed a volte mi sono commosso fino alle lacrime a vedere certi attempati trialisti uscire dalla zona cacofonici e speranzosi di ottenere il classico 3 della buona volontà.
Le patologie trialistiche.
Oltre a quelle di natura mentale, esiste una notevole casistica di contusioni che riguardano i trialisti, e che ho potuto constatare di persona.
1. la messa in moto con sorpresa.
Si ha quando nel tentativo di mettere in moto, si perde il controllo della leva che, a velocità prossima a quella del suono, colpisce generalmente il polpaccio proprio sotto il ginocchio provocando ematomi estesi e profondi.
2. l'incontro pedivella-tibia.
Avviene sempre in un area non più vasta di 20 centimetri sopra il collo del piede, in entrambe le gambe a scelta, e si verifica quando si "pedala" per uscire da una posizione critica. Quasi sempre lascia il posto ad una successiva flebite.
3. lo schiacciamento dei genitali sul serbatoio.
C'è ben poco da aggiungere; a volte è il pilota nel suo moto verso il basso, oppure la moto in un improvviso moto verso l'alto, ma il risultato è lo stesso. Doloroso.
4. Il dito contro il tronco.
Specialità di sottobosco, può avvenire sia in salita che in discesa normalmente all'indice della mano sinistra, mentre tira la frizione. Provoca schiacciamento, abrasioni ed in alcuni casi anche la frattura. Una variante è "dito contro roccia"
5. Cosce contro manubrio.
Per l'esattezza, contro il traversino che improvvisamente è fermo mentre il pilota prosegue nel suo moto avanzante. Provoca un simpatico ematoma bilaterale perfettamente simmetrico ad entrambe le gambe.
6. Moto su pilota.
Avviene quando il pilota riceve la moto sulla propria schiena a seguito di un non perfetto controllo del mezzo. Mio fratello un giorno si presentò al mare dopo un episodio di questo genere ed i vicini di ombrellone si spostarono perché pensavano che avesse qualche patologia infettiva, da come aveva la schiena chiazzata dai tasselli della ruota.
7. Ustione da marmitta.
Può avvenire in ogni frangente, ma generalmente al termine di una estenuante salita allorché la marmitta ha raggiunto temperature da grigliata mista. A volte produce anche un discreto odore di bistecca, altrimenti inspiegabile a Km. dal più vicino barbecue.
8. Un saluto dai rovi.
I rovi nei sentieri rappresentano una minaccia spesso sottovalutata, ma sono in grado di fermare un Boeing 747 senza freni, figuriamoci un trialista. Rimanere impigliato nei rovi vuol dire perdere una gara, perdere molta pelle e molto sangue a seconda dei casi.
Le cose cambiano.
Dopo tante gioie e tante contusioni ora però ho quasi smesso. O meglio; prendo la moto che ormai mi dicono essere d'epoca (ma che parte sempre dopo qualche pedalata) e mi presento ogni tanto alla partenza di qualche cosa non competitiva tipo il monte Cimone, Viozene, le Valli Orobiche. Ma ormai la tecnica si è diluita nel tempo e la moto mi sembra incredibilmente appesantita rispetto agli anni d'oro. Anch'io per altro sono appesantito. Sia di corpo che di spirito.
Da parte mia ho smesso di fare gite anche perchè sono un convinto sostenitore della necessità di rispettare l'ambiente, (è anche il mio lavoro) ma non sopportavo l'idea di venir braccato da cretini che mi correvano dietro nei sentieri che usavamo percorrere, tra discariche abusive e scempi edilizi, cioè l'entroterra ligure. Sappiamo che il trial non può essere fatto ovunque, e sappiamo che se fatto con giudizio non minaccia l'ambiente. Sappiamo anche che i sentieri percorsi da cavalli sono devastati rispetto a quelli percorsi da moto da trial. Ma i cavalli, con tutta la loro cacca naturale, sono "ecologici". I gitanti domenicali, i trombatori notturni, i fai da te del bagno e cucina sono ben più pericolosi dei trialisti, ma non fanno notizia.
"Multata una coppia di arrapati perchè riempono di fazzoletti, filtri di sigarette e preservativi il ciglio della strada": mai visto. Oppure "finalmente presi quelli con l'ape che scaricano televisori e cucine rotte lungo nel torrente": mai visto. Per non parlare delle speculazioni edilizie, delle strade di collina assolutamente inutili, degli abusivismi generalizzati e sempre ed ovunque incuria, boschi invasi da arrampicanti, spazzatura, auto buttate giù dalle strade, cessi rotti e materassi, squallore ed abbandono.
Non so se qualcosa è cambiato in questi 5 anni di inattività quasi totale, ma allora quello del trial era un ambiente multietnico di gente con la testa sulle spalle ed una sana inclinazione al non prendersi sempre troppo sul serio
Una anno fa sono andato a girare durante una gara. Giudici compiacenti mi facevano provare la zona quando il terreno era sgombro. Notavo però che i concorrenti si presentavano con un'aria molto più preoccupata che ai miei tempi, e percorrevano la zona come se rincorsi da un cane feroce. Mi hanno spiegato che i regolamenti sono cambiati e non ci si può più fermare, arretrare, spostare la moto... non si può fare quasi niente di quel repertorio di piccole meraviglie tecniche che a quelli come me (scarso) il riuscire saltuariamente a farle inorgogliva tremendamente.
Per fortuna ci si può ancora arrabbiare, si può ancora litigare ed insultare il giudice amico, si può far finta di non mettere piedi per terra, è sempre permesso sudare da bestie, ansimare, rotolare nel fango, lanciare la moto e cadere all'indietro. (quest'ultima cosa però credo porti sempre ad un 5).
Il trial e l'ambiente.
Un bel giorno sono arrivate le guardie ecologiche.
Ci sono sicuramente guardie ecologiche serie e preparate, che cercano di colpire i veri responsabili dei danni provocati alle nostre valli e montagne.
Ma temo che cogliere sul fatto il camion che scarica i materassi ed i frigoriferi lungo la scarpata sia molto impegnativo e rischioso; spesso questi individui dediti allo smaltimento-fai-da-te sono robusti e menano. Per non parlare della spazzatura buttata lungo la strada da macchine di ritorno dalle gite domenicali. Imprendibili. E cercare allora almeno di prendere i responsabili degli incendi boschivi? Impossibile.
Colpiamo le strade inutili, le case abusive, le grandi lottizzazioni cementificatrici, le linee elettriche, i metanodotti, le cave illegali, le discariche anonime ? Neanche a parlarne.
Allora è molto più facile aspettare un trialista che percorre il solito sentiero ed elevargli multe stratosferiche.
La possibilità di incontrare un trialista violento o particolarmente maleducato è scarsa e dunque conviene accanirsi su di loro, e mettere così a tacere la propria coscienza ambientale.
Intendiamoci; nessuno può pretendere di girare libero ovunque gli aggradi, ci mancherebbe. Ma il reprimere, anzi, l'annullare una pratica sportiva che, se regolamentata, non fa e non potrebbe fare danni maggiori dei gitanti domenicali, è demagogico oltre che stupido.
Alcuni comuni nell'entroterra di Genova hanno per esempio istituito dei percorsi da trial che vengono così mantenuti dagli stessi trialisti. Ed ecco allora che alcuni trialisti, a volte insieme alle stesse comunità ed autorità, partono il sabato con sega e falcetto e tengono puliti sentieri che altrimenti scomparirebbero.
Non si tratta di sentieri famosi o noti ai gitanti a piedi. Si tratta di sentieri nei posti più sperduti, in quella terra di nessuno dove un sentiero può invece essere utile a chi il bosco lo sfrutta con intelligenza, mantenendo il fondo pulito e magari cercando di spegnere un incendio.
Credo che questa sia una strada percorribile per conciliare lo sport del trial con la sacrosanta ed indispensabile protezione dell'ambiente, non infrangendo il diritto di coloro che vogliono godersi il bosco in assoluto silenzio; ricordiamo che di sentieri, in Liguria, ce ne sono a migliaia. Segnalo che alcuni comuni, con la loro famelica necessità di denaro, stanno valutando di far pagare ai trialisti un tesserino con il quale si potrà percorrere il sentiero, ben segnalato e "riservato" alle moto da trial.
In particolare sulle alture un comune ha assegnato una intera collina alla pratica del trial e della caccia. Viene dato un tesserino a punti dove il punteggio viene assegnato in base al proprio comportamento ecologico:
- una gomma bucata a fucilate.............. 5 punti.
- un trialista ferito a fucilate.......... 20 punti.
- un trialista ucciso a fucilate..........100 punti.
- un fucile spezzato dal passaggio in moto..5 punti.
- un cacciatore investito con contusioni...20 punti.
- un cacciatore investito con fratture.....50 punti.
- un cacciatore investito ed ucciso.......100 punti.
A fine anno il vincitore riceverà un premio da parte dell'amministrazione comunale: "Per aver danneggiato, e/o ferito e/o tolto dalla circolazione .... cacciatori e/o trialisti nell'anno...."
Un invito a tutti i trialisti, o perlomeno a quel 95% che rispetta gli altri e le cose degli altri; mai in gruppi troppo numerosi, mai lasciare rifiuti in giro, lattine, cartacce, anche solo mozziconi e pacchetti di sigarette.
Mai percorrere prati, ma sempre e solo sentieri, mai pulire il carburatore e svuotare per terra la benzina.
Mai rompere le balle ad animali liberi o da cortile, se capita di incontrarne durante i giri. Mai manomettere gli scarichi, mai arricchire la miscela con olio oltre i valori prescritti, che oltre ad essere inutile, fa fumo e puzza.
E ricordate che si va a fare trial per divertirsi, non per ostentare bravura, coraggio o per prendersi rischi stupidi. E poi, su con i piedi, accidenti !
In questo sito voglio far vedere e capire a chi e' intenzionato ad avvicinarsi a questa tipologia di sport quanto sia efficace a livello fisico e mentale , che contrariamente a cio che si possa pensare sia veramente uno sport ..
In concomitanza voglio coinvolgere atleti di un certo livello ad interagire nel sito con il blog di seguito e invito ad inviarmi video programmi di gare a livello Italiano per poterli condividere con tutte le persone che hanno e vogliono intraprendere la nostra infinita passione ... TRIAL TRIAL TRIAL TRIAL TRIAL

Navigate nel sito in tutte le sezioni per scoprire tutto questo mondo.

 
 
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